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Pubblicato sul sito www.esseredonnaonline.it
3 Febbraio 2011


Attacco di panico non mi fai più paura!


Con la consulenza della la dottoressa Anna Maria Casale, psicologa e psicoterapeuta a Roma.

«L’attacco di panico», esordisce la dottoressa, «è la manifestazione del disturbo di panico, è caratterizzato da episodi di improvvisa e intensa paura, e si manifesta con sintomi inaspettati. La variazione tra le percentuali europee indicate dalle statistiche (quell’1,5-4% di cui si diceva, ndr) è data dal sesso e dall’età delle persone, nel senso che a soffrirne sono maggiormente le donne e la popolazione tra i 25 e i 35 anni. Generalmente il disturbo di panico insorge nell’ adolescenza o nella prima età adulta, e comunque di solito in fasi di importante transizione della vita, quando si verifica un forte accumulo di ansia e di stress. Infine, per completare un primo quadro, possiamo dire che chi vive in città grandi e caotiche ha molte più probabilità che insorga questa patologia». Ma cosa succede esattamente quando si verifica un attacco di panico? I sintomi, precisa la dottoressa Casale, hanno un inizio improvviso, raggiungono l’a pice molto velocemente e possono durare, in tutto, all’incirca 20 minuti. «Le manifestazioni principali sono tachicardia, sudorazione, tremori. E ancora, sensazione di soffocamento, sbandamento, nausea, intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi, dolore al petto e, molto spesso, paura di morire o di impazzire. Durante l’attacco sono infatti presenti pensieri catastrofici».


Paura della paura: se il disturbo è l’ansia

Proprio questi pensieri hanno un ruolo decisivo nell’ amplificazione dei sintomi dell’attacco di panico e soprattutto nella loro ricomparsa. Perché il meccanismo mentale che si instaura (e che è molto difficile da disinnescare) è la cosiddetta paura della paura. Una volta sperimentato il primo attacco, cioè, il soggetto vive la propria quotidianità nel timore che all’improvviso se ne presenti un altro (spesso finendo per limitare in modo consistente la propria libertà).
Naturalmente, l’ansia prodotta dalla paura rende molto più probabile che questo succeda. «La paura diventa un fattore predisponente. In altri termini, temere che quanto è capitato possa verificarsi di nuovo produce una forte tensione emotiva e crea un circuito in grado di autoalimentarsi. Del resto, per poter fare una diagnosi di disturbo di panico (almeno due attacchi, seguiti da almeno un mese di preoccupazione persistente) è decisivo proprio il fattore psicologico: le fobie che si sviluppano dopo la prima esperienza sono date dalla sensazione di impotenza, dall’idea che sia in agguato un nuovo attacco e che non ci sia modo di controllarlo».
Sul fronte pratico, poi, spesso chi soffre di disturbo di panico si trova all’inizio in balìa di se stesso. Di solito, la prima volta si rivolge preoccupato a un pronto soccorso, dove non viene però evidenziata alcuna patologia. A questo punto, se si insinua il timore di avere una malattia difficile da diagnosticare, si inaugura spesso una trafila di controlli medici e analisi del sangue. «In effetti», ammette la dottoressa, «in assenza di una problematica fisica specifica è difficile per i non esperti diagnosticare il disturbo di panico, che finisce per essere confuso con l’ ipocondria o con un’esagerazione di cure da parte del soggetto, che al contrario è affetto da una patologia in tutto e per tutto».


Curare gli attacchi di panico? Con la psicoterapia!

E infatti, pur non avendo complicazioni dirette, l’attacco di panico può causare depressione, eccessiva assunzione di farmaci, ed è in generale fortemente destabilizzante. Una distinzione viene poi fatta, in base al Manuale Diagnostico per i Disturbi Psichiatrici, se il disturbo di panico è o meno associato ad agorafobia: ovvero il terrore di frequentare luoghi pubblici e affollati, in cui sarebbe difficile ricevere soccorso o gestire un eventuale attacco. In caso sia presente anche questo disturbo, il soggetto finisce ancora di più per isolarsi in casa, interrompendo attività che prima svolgeva tranquillamente, come prendere l’autobus, guidare la macchina, uscire da solo. Quanto alla cura, la psicoterapia è riconosciuta come approccio d’elezione per questo genere di problemi. «Il percorso terapeutico ha come obiettivo comprendere cosa ha prodotto il malessere e intervenire su quello, non soltanto sul sintomo. Le cure farmacologiche, viceversa, sono consigliate nei casi in cui il paziente debba essere tranquillizzato e messo nelle condizioni di svolgere un buon lavoro psicologico. Un percorso ben strutturato può eliminare completamente il problema, e il paziente può tornare gradualmente, ma definitivamente, a riappropriarsi della propria vita».


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Anna Maria Casale
psicologa, psicoterapeuta, sessuologa, collabora con PsicOnline
Collabora con l'Università "la Sapienza" di Roma con la Cattedra di Psicopatologia Forense e Criminologia
www.annamariacasale.it



 

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